IL REPORTAGE. L'appuntamento tradizionale quest'anno cade alla vigilia del referendum. Anche il leader Cisl sul palco - La lunga notte dei pellegrini: "Il voto? Una coincidenza" dal nostro inviato

MACERATA - Alle undici di sera, mentre la "cattiveria dei tempi" provvisoriamente se ne va a dormire, i cinquantamila escono dallo stadio Helvia Recina in ordinata processione, pregando, cantando. Cammineranno tutta la notte, per otto ore e 27 chilometri, e stamani all'alba saranno arrivati, e si rifugeranno a dormire sui pullman, proprio quando la "cattiveria dei tempi" si starà svegliando per andare a votare. "E' una coincidenza", ammicca Mauro, ingegnere di Ancona, pettorina arancio del servizio d'ordine, "quindi l'ha voluta Dio". Da ventisette anni il pellegrinaggio a piedi Macerata-Loreto, inventato da un professore di religione, Giancarlo Vecerrica, che oggi è vescovo di Fabriano, si svolge nella notte del primo sabato dopo la chiusura delle scuole. Ma quest'anno la suggestiva notte dei pellegrini coincide con la vigilia di un voto speciale: un voto venuto a portare la spada.

Non è una veglia elettorale anomala, tantomeno un comizio astensionista a tempo scaduto, del resto non ce ne sarebbe bisogno: "Se cerca con pazienza, qui ne troverà forse dieci che vanno a votare", il ciellino Paolo di Milano sfida il cronista, ma è una sfida già vinta in partenza. Anche l'ex alpino Enrico di Ancona, il più titubante fra decine di interpellati, che oltretutto avrebbe il fisico per passare dal seggio anche dopo una notte di marcia, ha scelto di inchinarsi al volere dei vescovi: "Pensavo di andare a votare no, ma se la Chiesa dice così avrà le sue ragioni". E' un incontro di preghiera, certo: c'è la messa officiata dal patriarca di Venezia, quell'Angelo Scola che è il "cardinale di Cl" e qui dunque è di casa perché sono ciellini i promotori dell'evento: monsignore non fa scivoloni elettorali, neppure nell'omelia, neppure approfittando del fatto che quest'anno il pellegrinaggio prega in particolare "perché la vita sia sempre tutelata".

C'è la Virgo Lauretana in trasferta speciale, la veneratissima figurina nera oggi è Madonna pellegrina anche lei, portata fin qui non più dalle ali degli angeli come nella traslazione del 1291, ma dalle braccia dei sottufficiali dell'Aeronautica, suoi devoti. "Siamo qui per adorare", ripetono i cerimonieri. Ma non può essere un altro caso divino che nel prologo alla liturgia siano stati invitati a parlare alla folla dei fedeli due protagonisti del dibattito politico, il segretario Cisl Savino Pezzotta e il guru dei teo-con italiani Giuliano Ferrara. Dovrebbero commemorare i due grandi scomparsi di questo 2005: don Giussani e papa Wojtyla. Entrambi rispettano a fatica la consegna, Pezzotta concedendosi un affondo contro la "falsa scienza" e la "tecnologia manipolante", Ferrara con l'abituale gigioneria: "C'è un piccolo argomento, di cui questa sera non posso parlare e non ne parlerò". Chissà se, potendo, l'avrebbe affrontato con le stesse parole dell'editoriale del Foglio di ieri: "Non andate a farvi fottere". Ma l'accenno guascone al referendum è più che sufficiente, i cinquantamila esplodono, in prima fila una mezza dozzina di vescovi e cardinali applaudono ridendo l'ateo-devoto che dall'altare conclude: "Io non credo, ma credo nella libertà di credere".

Al tramonto il tenore Zingariello intona il "Nessun dorma": è il segnale che si parte. Sacerdoti in stola viola si preparano a confessioni ambulanti. I pellegrini che arriveranno fino in fondo, con l'aiuto di cinquantamila bustine di zucchero, godranno dell'indulgenza papale. Potrebbe sembrare quasi un'espiazione preventiva per il paventato peccato di quorum. Invece è un'altra cosa. E' l'affermazione visibile di una Chiesa che "non vuole essere ingenua": lo ha appena detto dall'ambone il cardinale Scola. "Lo pensano di noi molti fratelli", ma sbagliano: non siamo "comodi vagabondi", ma pellegrini consapevoli. "Umili", però militanti. Forse un po' amareggiati dalla "cattiveria dei tempi" che li circonda: l'espressione presa in prestito a Charles Péguy ricorre ben quattro volte nel breve biglietto che don Julian Carron, l'erede di don Giussani, ha fatto mettere nelle tasche di tutti i pellegrini come viatico per le riflessioni notturne.

Chiesa militante proprio perché minoritaria: "Basta vedere le nostre chiese ogni domenica", ammette Andrea Collina, giovane procuratore legale di San Benedetto del Tronto, addetto a spingere uno degli altoparlanti su rotelle, alimentati da batterie d'auto, che riempiono di misteri gaudiosi e benedizioni la valle silenziosa del Potenza. E quelle folle immense davanti al feretro del papa? "Nove persone su dieci non capivano perché erano lì". Minoritari senza illusioni, dunque, ma anche senza angoscia, anzi quasi con sollievo: "Con questo referendum si vedono le cose più chiare. L'Italia è divisa in due. Non tra laici e cattolici, neppure tra destra e sinistra: quelle sono distinzioni vecchie, e sono saltate tutte per aria. La differenza vera è tra giacobini e non giacobini. Fini, ad esempio, è di destra e cattolico: ma è un giacobino". Chiesa militante, Chiesapartito che non dà più deleghe a nessuno; minoritaria, orgogliosa, anche orfana, ma questo le dà ancora più forza: "Per la prima volta non c'è Gp con noi", grida Rita dell'associazione "Papaboys", Gp sarebbe Giovanni Paolo II, "ma grazie a lui viviamo con gioia e radicalità il Vangelo, non abbiamo paura di nulla e nessuno ci farà tacere". E' una bella metafora lo strano cambio della guardia di quest'alba elettorale, in questi due cortei che non s'incontreranno, il pellegrinaggio devoto dei credenti nel nuovo non expedit e il pellegrinaggio laico dei cittadini alle urne.

Vinca chi vinca, il voto o il non - voto, qualche cosa sembra essere già successa e celebrata, stanotte, dal lento scalpiccio di migliaia di passi devoti illuminati dalle fiaccole. Il volontario Mauro: "Se domani ci sarà il quorum, pazienza. Avremo almeno dimostrato che la Chiesa esiste, fa parte della realtà".

Fonte: 
Repubblica.it