Mi chiamo Alberto ed abito con la mia famiglia a San Felice Sul Panaro, ultimamente venuta alla ribalta per essere uno degli epicentri del terremoto del 20 maggio scorso. Ciò che è accaduto è storia comune da queste parti...
La casa è lesionata (non gravemente) e parte del capannone in cui svolgo l'attività di verniciatura industriale è crollato distruggendo il forno di verniciatura, cuore dell'azienda.

Quando è avvenuta la scossa delle 4.05 ci siamo precipitati fuori, tremanti e sbigottiti con dentro la consapevolezza che mai potrà ritornare tutto come prima.
Le cose solite che costituiscono il luogo dei nostri affetti  e del nostro sostentamento si incrinano. Dentro me in un istante vengono spazzate via tutte le false certezze.
Per un attimo ho tremato, temevo non rimanesse niente, solo il vuoto.

Poi scoprivo dentro me l'irrompere di un fatto eccezionale e misterioso, totalmente positivo: «C'è Qualcuno che mi vuol bene e si rende presente attraverso questo fatto terribile ai nostri occhi». Nasce una positività e una consapevolezza di una grande occasione per me. Non sapevo come sarebbe potuto avvenire!
Ho rivisto gli amici significativi della mia vita, ho pensato al cammino di scuola di comunità come fiume di grazia e anche alla durezza del mio cuore appesantito dall'approccio intellettuale che ho sempre avuto col Cristianesimo.
Davanti al capannone distrutto non mi è bastato pensare che ce l'avrei fatta da solo, così ho chiesto aiuto agli amici,agli amici della Compagnia delle Opere.
Sono stato preso per mano e il Signore ha fatto irruzione in me ... io gliel'ho permesso!

E' un cammino, un lungo cammino ed è divenuto miracolo.
Il mio cuore grida, lacrima. Le cose solite (quelle che Don Carron chiama penultime)non bastano più.
Non una somma di preghiere seguite da un'inconscia pretesa di essere esaudito.
Donami Signore la semplicità del bambino, spezza la durezza del mio cuore, fammi ri-desiderare di abbandonarmi nelle tue braccia.
Tutto l'attaccamento alle cose che finiscono non basta più, toglie il gusto della vita lasciando ansia, sgomento e paura.
Ho chiesto agli amici, cioè ho chiesto al Signore di non lasciarmi più fare da me.

E' nato così il desiderio di guardare al bisogno degli amici e di chi ci sta intorno, perché possano anche loro ricevere quell'abbraccio che ho ricevuto io.
A una coppia di nostri amici, già con diversi problemi, aumentati ed aggravati dopo il terremoto, poter dire: «Noi (io e mia moglie) vi vogliamo bene, siamo con voi, camminiamo insieme...». Rappresenta una novità per me, non l'avrei mai detto prima se non fossi stato abbracciato così.
E' una grazia infinita, inenarrabile, traboccante.
Un'altra coppia d'amici con la casa distrutta, lui costretto ad andare in pensione fra sei anni a causa della nuova legge sulle pensioni, con un lavoro autonomo sempre più insufficiente a vivere ed il dolore di una figlia morta 13 anni fa con conseguente chiusura su se stessi, rifiutano d'essere aiutati.
Poi acconsentono di cercare una roulotte. Riccardo e Anna offrono la loro, andiamo insieme a consegnarla.
Sono commossi i nostri due amici! Ci mettono nelle mani il racconto di tutta la loro vita delle loro pene delle aspirazioni infrante del desiderio di comunicare agli altri tutto ciò che li appassiona. E' una grazia.

Il terremoto oltre a paura e sgomento è anche e sopratutto questo, perché il Signore si rende presente visibilmente nei nostri volti.
Dinanzi alla facciata della chiesa distrutta del mio paese mi chiedevo: «Perché Signore hai permesso questo scempio? Perché nemmeno una chiesa è rimasta su? Cosa vuoi da noi fedeli?».
Anche queste pietre fan parte di quelle cose penultime.
Solo la Tua presenza che stiamo vedendo sbocciare in questi rapporti può ricostruire la vera Chiesa.

Un abbraccio a tutti

Alberto Malagoli