Verso #MacerataLoreto21

 

A distanza di un anno, incontriamo di nuovo Alessandra, medico in formazione presso l’Ospedale Sacco di Milano. Le abbiamo chiesto di raccontarci cosa è stato questo anno per lei e che provocazione rappresenta, nelle sue giornate, il tema del Pellegrinaggio: “Quando vedo te, vedo speranza”.

 

Mi ha colpito tantissimo scoprire il tema scelto per il Pellegrinaggio di quest’anno, perché in un certo senso può riassumere la mia esperienza di questa prolungata emergenza sanitaria. In questo ultimo anno ho lavorato in Pronto Soccorso vedendo avvicendarsi periodi di drammatica affluenza e periodi di tregua. Prima di ogni nuova ondata ripartiva la lotta tra la mia misura e quella del Mistero. 

Prima della terza ondata quando i numeri hanno ricominciato ad aumentare, tornando in macchina verso casa, ho scoperto in me un grido di sottofondo 'basta, basta Signore! non ti importa? non ti importa nulla di noi? tanto non impariamo, non cambiamo, continuiamo a metterci in pericolo gli uni gli altri... e continuiamo a morire'. Inizialmente questo grido sembrava non venisse scalfito da nulla di quello che vedevo accadere, a casa e al lavoro, e su tutto prevaleva il pianto. Non bastava quello che avevo visto accadere nei precedenti mesi di esperienza Covid, quei fatti senza la presenza del Mistero erano svuotati. 
Quello che mi ha permesso di ripartire sono state le parole di un mio amico prete, che davanti al mio dramma mi ha detto: “Ma tu che ci stai a fare lì? Siamo tutti dei poveri cristi. Chi porta a quei poveri cristi lo sguardo e la carezza di Dio, se non tu?”. Senza mezzi termini mi ha rimessa davanti al significato ultimo di quello che faccio, ma soprattutto mi ha rimessa davanti a Lui, mi ha rimessa in rapporto con Lui. È una lotta riconoscere e affermare Lui attraverso la carne con cui si manifesta. 
Un giorno dovevo mettere in casco una signora con polmonite Covid, dopo averlo posizionato le ho chiesto come stesse, se tollerasse il casco e lei ha continuato a ripetermi “va bene” come a voler rassicurare me. Pochi minuti dopo ho dovuto fare lo stesso con il signore del letto accanto, il quale però, dopo aver sentito le mie motivazioni e spiegazioni, ha iniziato ad agitarsi, a dire che non voleva posizionare il casco, che era claustrofobico. Allora, nel tentativo di convincerlo, ho scostato la tenda per fargli vedere che il casco della signora era trasparente. La cosa incredibile è stata che la signora, a cui avevo appena messo il casco, ha iniziato a rassicurarlo e ad aiutarmi a convincerlo. Mi ha commosso vedere quella gratuità, quel bene all’altro. E il giorno dopo a una mia collega un po’ abbattuta per la situazione ho detto: "Se accadono questi fatti, vale la pena continuare”.
“Quando vedo Te, vedo speranza”. Quando Lo scorgo in quello che accade, nei volti dei malati, dei colleghi e degli amici con cui mi è dato di condividere più strettamente la vita, io posso ripartire, posso essere certa di un bene presente che vince e quindi sperare.

Una domenica, rientrata dal turno di 12h dicevo “Signore, oggi non ho mai pensato a Te, dalle lodi fino ad ora mi sono dimenticata di Te, non ti ho dato neanche 5 minuti del mio tempo”. Ma mentre dicevo così mi sono passati davanti agli occhi i volti dei malati che avevo seguito durante la giornata (Antonio, Piera, Antonietta e gli altri) e mi sono accorta che stavo dicendo una cosa non vera. Io ero stata tutto il giorno attaccata a Lui, perché il malato è Cristo che mi si fa incontro. L’accorgermene mi ha riempito di commozione e gratitudine perché era proprio Lui che mi veniva a prendere. In questo anno mi sono scoperta a guardare sempre più spesso i miei pazienti così, tanto che a volte mi verrebbe da mettermi in ginocchio davanti a loro, alla sacralità della loro vita e del loro dolore. Quando il Signore mi dona la grazia di guardali così, per il loro bisogno di felicità, di compimento, mi accorgo che si apre una possibilità nuova, si apre la speranza di un bene, di un compimento che non faccio io, che non fanno le mie cure, le mie parole, ma che fa Lui. 
Mi ha colpito una frase del padre, non credente, di un ragazzo diciottenne rimasto paralizzato a seguito di un incidente a una sua grande amica: “Rimani qui, so cosa stai pensando: tu stai pensando che questo è un bene. Stai qui. Io posso stare solo con persone che la pensano così”. Per me è esattamente così nella vita e nel lavoro: per non fuggire dal mio dramma e da quello di chi incontro, io ho bisogno di un luogo e di volti che mi testimoniano continuamente che la vita è un bene, che la mia vita e le circostanze che vivo sono un bene, perché un Altro le ha preparate per me e mi ama. 
A volte c’è l’obiezione: come faccio a essere sorretta e rilanciata a guardare così ciò che accade? Ma Lui rimane fedele e accade. Un sabato mattina è arrivato un signore in pessime condizioni igieniche, appena lo abbiamo spogliato hanno iniziato a correre da tutte le parti delle piattole. Una giovane infermiera ha iniziato a raderlo e lavarlo tutto. Io la guardavo stupita, ammirata per quello che stava facendo e che io non avrei avuto il coraggio di fare, per la tenerezza con cui stava compiendo ogni gesto. E lì ho capito: non sono sola, mi sono continuamente messi sul cammino compagni di strada inaspettati da guardare e da cui imparare.
“A Te si stringe l’anima mia, la forza della tua destra mi sostiene” (Salmo 62). Don Giussani commentando questo salmo - che mi piace tantissimo in questi tempi - dice che 'la forza della Sua destra' è quella compagnia guidata al destino in cui ognuno di noi è messo, e per me passa dal volto delle persone con cui vivo, con cui faccio la scuola di comunità, dei miei colleghi e dei miei malati. 
È una compagnia vera perché continuamente richiama all’unica evidenza “Egli solo è”.