In cammino con Mariano, responsabile del Servizio Sanitario del Pellegrinaggio

Avvicinandoci al 13 giugno, incontriamo Mariano, un caro amico, medico di famiglia e responsabile da più di 30 anni del Servizio Sanitario del Pellegrinaggio.

Cosa sta rappresentando per te la sfida della circostanza che tutti stiamo attraversando, cosa sta accadendo nelle tue giornate?

Sono un medico di famiglia e dagli inizi di marzo vivo la lotta al Covid-19 con grande senso di impotenza, a volte di solitudine, all’inizio privo anche delle più elementari norme di protezione individuale, di dispositivi adeguati; non è un caso che su 160 medici deceduti oltre i 2/3 sono medici di base. Ogni giorno quando squillava il telefono tremavo per la paura che dall’altra parte ci fosse qualcuno con febbre, tosse, sensazione di fiato corto e subito dentro di me nasceva un conflitto tra il mio voler essere coraggioso, le strategie da cercare, il senso del dovere, il rispetto per il giuramento fatto 40 anni fa e dall’altra la consapevolezza di andare 'in trincea senza l’elmetto', come diceva una collega "andare d’inverno in Siberia con l’infradito". 
Prima della pandemia più volte mi sono sorpreso a rintracciare in me e in tanti miei colleghi una sorta di nichilismo mascherato, un desiderio di starcene un po’ rintanati nella nostra comfort zone, attaccati a quelli che erano i nostri progetti, facendo anche cose buone e giuste come accompagnare i nostri pazienti, soprattutto i più gravi, in un percorso già pianificato, in un rapporto di cura che pensavamo di conoscere. Ora invece, di fronte a questo tsunami, tutto diventa incerto, le sicurezze che ci eravamo costruite sono azzerate, c’è un senso di impotenza, una paura che non può essere negata. Pensavamo di essere i padroni del mondo, di potercela cavare aggirando la realtà, ma è bastato qualcosa di sub-microscopico per ribaltarci la vita. Nulla può essere più schivato o aggirato, tutto ci chiede di essere guardato.

Ma come è possibile questo?

Mi spalanca il cuore vedere come alcuni miei amici stanno di fronte a questa circostanza, accorgermi che in loro la paura non vince per la certezza di una Presenza, per l’esperienza di un abbraccio, che ti permette di stare davanti alla ferita del dolore e della sofferenza, come un bambino che può affrontare il pericolo quando ha vicino la sua mamma. Guardando loro (chi soffrendo, chi prendendosi cura dei malati, chi nell’isolamento), guardando il loro desiderio di conoscere il senso di questa sfida per il proprio cammino umano, colpito dalla vicinanza di quel volto, di quell’amico che mi chiede semplicemente “come stai?”, sorpreso per come qualcuno affronta la morte di un genitore…, di fronte a tutto questo mi accorgo che desidero imparare dal loro Sì. 
Ho il cuore colmo di gratitudine per come mi sento accompagnato nello stare di fronte alle sfide di queste giornate. Seguendo questi amici sto scoprendo che la drammaticità delle circostanze permane, ma la vulnerabilità che rintracci in te più che un ostacolo può diventare la strada che ti conduce ad una scoperta, se lasci aperta la domanda, come è accaduto a Giobbe, e se tieni vivo in te quello sguardo che ti fa accorgere di essere voluto, preferito. Me ne sono reso conto per la prima volta 50 anni fa, al liceo, attraverso lo sguardo su di me del professore di religione, don Giancarlo, uno sguardo pieno di attenzione e misericordia, che oggi rintraccio in quello dei miei amici, certi di non essere soli di fronte a quello che accade.

Come vivi e come è cambiato oggi il rapporto con i tuoi pazienti? Cosa stai scoprendo in te e attorno a te?

Una urgenza che ho avvertito in questa situazione è stata quella di pormi delle domande, di cercare di capire, perché il modo di lavorare esigeva un cambiamento. Ne parlavo con alcuni miei colleghi: non si lavorerà più come prima, 'anche noi medici'; questa circostanza ci fa accorgere dell’importanza di ogni particolare, della attenzione alle piccole cose. Penso al triage telefonico che nei primi due mesi della pandemia ha costituito quasi la totalità del nostro lavoro: non c’era più la fretta, ma il desiderio di un rapporto, di incontrare l’altro, quella stessa persona che fino a pochi mesi fa avrei rapidamente liquidato, soprattutto quando emergevano questioni poco rilevanti a livello clinico… ma niente è banale per chi vive un bisogno. Penso alle videochiamate con i pazienti covid o sospetti in attesa di tampone con cui ci sentiamo più volte al giorno per comunicare i dati relativi a saturazione e temperatura. Penso alle visite ambulatoriali solo su appuntamento ogni 20 minuti, per avere poi il tempo per sanificare i locali dell’ambulatorio: con alcuni colleghi ci siamo inventati, per così dire, i dispositivi di protezione individuale (visiere da giardinaggio, tute da imbianchino), mentre all’inizio conservavamo le poche mascherine forniteci dall’Asur come reliquie, sentendoci sempre, prima di effettuare una visita domiciliare per un caso sospetto, per capire se dimenticavamo qualcosa nella vestizione o svestizione. 

Insomma mi sto rendendo conto che la strada è un cedere, un dire sì anche a delle cose molto semplici, e più riesco a guardare tutto questo senza scappare, più viene fuori una umanità che non immaginavo di avere, che mi consente di stare di fronte al lavoro che mi è chiesto con quella creatività che, come dice Papa Francesco, “solo lo Spirito sa suscitare” e la risposta dei pazienti, anche laddove ti potevi aspettare durezza o scetticismo, è una tenerezza ed una commozione assolutamente inaspettata.

Mi colpisce questo cambiamento che sorprendo in me: riconoscermi impotente, bisognoso e nello stesso tempo non piegato o in fuga dalla paura, ma consapevole che tutto ciò che accade, anche la paura stessa, può diventare strumento di lavoro, spalancando la ragione, stabilendo un rapporto razionale ed equilibrato con il rischio.

Anche per verificare questa sfida ho accettato l’incarico di referente/coordinatore delle Unità Speciali Territoriali per la lotta al Covid-19. È un aiuto che ci diamo per sostenerci nel lavoro ascoltando e coordinando le istanze che vengono dal territorio integrandole nella rete delle cure domiciliari; è un sostegno soprattutto per quei giovani medici che svolgono la parte operativa, la più rischiosa, nelle unità speciali. Si condivide insieme un percorso clinico e questo fa emergere un desiderio di essere accompagnati, di non essere più soli, lo stesso che ho io. Anche in questa circostanza mi è di grande aiuto guardare colleghi che vivono responsabilmente il loro lavoro, non avendo paura di desiderare. “Questa è l’ultima occasione di conversione” diceva un medico dell’Ospedale Sacco di Milano, “perché la realtà non scivoli via senza accorgersene”.

Tra gli amici e compagni di cammino in queste settimane c’è anche un medico giapponese, Takashi Paolo Nagai. Sto rileggendo la sua vita e mi impressiona il suo percorso: medico positivista, razionalista, figlio dei suoi tempi, di fronte allo sguardo della madre morente comincia a porsi delle domande, a chiedersi: “può finire tutto qui?” La sua ragione vuole andare fino in fondo, vuole verificare e lì, dopo lo sguardo di sua madre, intercetta quello della moglie Midori, vero fiore generato dalla tradizione di cristiani nascosti in Giappone per oltre 200 anni, colpito da come si sente guardato e amato. Takashi si converte, diventa, dopo il Battesimo, una creatura nuova che guarda le cose da un altro punto di vista. Di fronte alla bomba atomica in cui si impatta drammaticamente (muore la moglie, lui è già affetto da leucemia, si prodiga subito per curare i feriti), legge l’evento come olocausto dei cristiani per la fine della guerra; torna ad abitare sulle rovine della sua casa dove costruisce una capanna, riportando lì la gente e diventando lui stesso annuncio di pace, punto di speranza e ricostruzione in un mondo impossibile e di rinascita di un popolo ferito. Ho sempre davanti a me quello che Nagai dice una mattina ai figli nella capanna: “siamo vivi, siamo vivi, un intero giorno ci attende”. Sì, sta diventando un vero e proprio compagno di viaggio nella mia vita non nella la sua eroicità, ma nella sua santità.

Il 42° Pellegrinaggio si sta avvicinando in una forma inedita. Che attesa vivi?

Sarà per me un Pellegrinaggio sicuramente diverso ma non per questo meno significativo e profondo, anzi la coscienza del limite e del bisogno rende più intenso il tempo e lo sguardo.
In quei 90 minuti la notte del 13 giugno finalmente fisserò lo sguardo sulla croce del pellegrinaggio (stando in coda non riuscivo mai a vederla); sarà per me il pellegrinaggio dell’ascolto e del silenzio! Pregherò per la mia famiglia, i miei amici, i miei pazienti, soprattutto per quelli più gravi; sarà il tempo per chiedere perdono per tutte le volte che ho guardato solo e frettolosamente la loro malattia e non la loro umanità!
Sarà per me il pellegrinaggio dell’abbandono, che richiede sempre tempo e pazienza, della povertà di spirito che ti fa stare davanti alla realtà ed al Mistero che la abita con una umanità nuova, della scoperta della mia vulnerabilità; sarà il pellegrinaggio che consentirà di riscoprire che il volontariato, bellissimo ed importante, da solo non basta a dare una risposta esauriente alla gigantesca domanda di significato che grida oggi; non è più un fare per il fare che conta, ma l’essere, cioè essere persone talmente trasformate dalla gratitudine che l’altro possa accorgersi di questo ed abbia voglia di ripartire, come è successo a quanti hanno incontrato presenze come il cardinale Van Thuan o Takashi Paolo Nagai.

Sarà il Pellegrinaggio del tempo e dello sguardo verso Maria, perchè il suo Sì sia anche il mio Sì attraverso cui, pur continuando a scivolare, non voglio mollare la fune che mi lega alla presenza di suo figlio Gesù nell’istante!