Strano popolo della notte sotto la luna di Leopardi

Migliaia di giovani, domenica scorsa, sono tornati a casa alle prime ore del mattino, dopo aver passato in piedi l'intera notte. Discotecari incalliti, vien subito da pensare, o gente in cerca di sensazioni forti per lo sballo settimanale. Quelli, insomma, che vengono etichettati come "il popolo della notte". E di cui le cronache si occupano per contare magari il numero dei morti alla fine di ogni weekend o per indagare sulle nuove tendenze in materia di droga, di musica o di abbigliamento. No, qui si parla di un altro "popolo della notte". Si parla dei sessantamila che hanno percorso a piedi in pellegrinaggio di ventisette chilometri che separano Macerata da Loreto. Insieme, in processione, seguendo una croce, tra canti, preghiere e silenzi colmi di un desiderio d'Infinito. Tra quei sessantamila c'erano nonni, genitori, e tanti, tantissimi giovani: studenti universitari, adolescenti, giovani dei movimenti e delle parrocchie, ciellini e scout, bandane, piercing e tatuaggi, gente che ha trovato nella fede la bussola per l'esistenza e gente che vaga alla ricerca della bussola che fa per sé. La luna piena - la stessa luna che da queste parti Giacomo Leopardi era solito «rimirare in ciel» e che suscitava in lui le domande sul senso della vita e sul destino -, illuminava il serpentone umano che si snodava nella campagna marchigiana. Notte di luce, di miracoli, di domande e di risposte. Come quelle espresse nelle testimonianze raccontate allo stadio di Macerata, prima della partenza, o trasmesse durante il cammino dagli altoparlanti che accompagnavano il cammino: un giovane uscito dall'inferno della droga, una donna rimasta vedova con quattro figli da poche settimane e che ha comunicato la certezza di non essere lasciata sola dalla Provvidenza, il militante della sinistra extraparlamentare che ha scoperto in Gesù la rivoluzione della sua vita. E ancora: la preside di un liceo che ha raccontato come il bene più prezioso che si possa dare ai ragazzi è l'educazione, il gio rnalista Magdi Allam che ha evocato nella Madonna una figura alla quale anche la tradizione musulmana più autentica guarda con venerazione e che potrebbe essere motivo di concordia in un mondo insidiato dal conflitto di civiltà. Tante piccole-grandi risposte per i cercatori d'infinito che camminavano verso la Santa Casa di Loreto, verso quel «santuario dell'incarnazione» dove da secoli i pellegrini di tutto il mondo s'inginocchiano davanti alle pietre che - secondo la tradizione - hanno visto il Verbo farsi carne, dove il Mistero ha preso sembianze umane diventando suo compagno di strada. Il pellegrino di oggi è, come quello del Medioevo, homo viator, l'uomo che cammina: il quale cade a terra anche mille volte al giorno ma mille volte si rialza, perché la speranza poggia su una ragione sempre più grande della propria debolezza. Nell'enciclica Deus Caritas Est, Benedetto XVI scrive che «all'inizio dell'essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì l'incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva». I volti stanchi e felici di coloro che dalle sei del mattino di domenica, dopo otto ore di cammino, hanno cominciato a entrare nel santuario di Loreto, dicevano che per molti di loro l'incontro con quell'avvenimento era accaduto. Come alla Giornata mondiale della gioventù di Colonia nell'agosto dell'anno scorso, come in Piazza San Pietro due sabati fa all'incontro del Papa con i movimenti, come ogni giorno quando il cuore dell'uomo incontra la Bellezza per la quale è fatto.

Fonte: 
Avvenire