MACERATA — Le telefonate di parenti, amici e collaboratori si susseguono sempre più allarmate: «Giuliano, ma davvero fai anche tu il pellegrinaggio?». «Tutto, fino a Loreto». «Giuliano, sono 23 chilometri, sei sicuro?». «Sicuro». Una collaboratrice particolarmente premurosa ha dato mano all'atlante: «Guarda Giuliano che da Macerata a Loreto i chilometri sono 29, e non è vero che è tutta discesa. Chi se ne importa se si parte al tramonto sul fresco, è l'alba il momento più duro...». «Farò l'alba con i pellegrini». Ovviamente gli organizzatori della processione mariana e referendaria sono avvertiti: «Dopo cento metri torno indietro e vado in albergo, mi sveglio presto e vi raggiungo a Loreto in macchina. Altrimenti non potrei più dire che ho la fibrillazione atriale parossistica, una predisposizione mantenuta per l'obesità, un accenno di diabete, e che se nel 1952 avessero fatto sul mio embrione la diagnosi preimpianto mi avrebbero cancellato». Quindi niente processione. «Presenza simbolica. Noi cattolici siamo comprensivi».

Giuliano Ferrara è ironico e serissimo. «Questa guerra culturale mi ha preso completamente. Da settimane non seguo altro. Mi chiedo come farò da lunedì, se come spero il quorum non ci sarà; speriamo che Berlusconi dia qualche spunto. Ho ritrovato la passione della mia vita, la filosofia politica. E ho studiato: l'ispessimento della membrana, il dialogo tra i pronuclei, la formazione della morula... Lunedì pubblicherò un editoriale duro con Sartori e il Corriere, però credo che la guerra sia stata un successo anche per i giornali dalla linea opposta a quella del Foglio: abbiamo fatto discutere di filosofia, biologia, teologia. La legge 40, e paradossalmente il referendum per abolirla, è per l'Italia segno di grande avanzamento culturale».

Alla messa nello stadio di Macerata che precede la processione, predica - citando Kerouac ed Eliot - Angelo Scola, patriarca di Venezia e pupilla degli occhi di Ratzinger, e intervengono alcuni laici: il neopresidente dell'Azione Cattolica Alici, il segretario della Cisl Pezzotta, appunto Ferrara. Il suo ultimo confronto pubblico è stato con Fassino. I due si marcano stretto sin dagli anni torinesi, Fassino definisce Ferrara profondamente di sinistra. «E io considero Piero profondamente di destra. Siamo due embrioni gemelli. Lui, Amato, la Turco, la Mafai sono stati i migliori del loro schieramento; non a caso hanno sottoscritto l'appello contro l'eugenetica. La differenza rispetto al partito anticulturale del sì, stretto attorno alla leadership della Ferilli, è che Fassino e la Turco sono consci dell'errore che stanno commettendo. Io nel Pci ci sono nato, li conosco fin da piccoli, mi basta uno sguardo per capirli. Pagano un tributo a quel poco di cultura estranea che gli si è appiccicata addosso, sono pur sempre figli di Occhetto e quindi dell'Amazzonia, dell'Onu e di altre immense sciocchezze; però mica ci credono, la loro cultura è rimasta quella togliattiana, il corredo genetico è quello del Pci che vota per inserire il Concordato nella Costituzione. La Pollastrini no, lei è più Ferilli. Gli altri si ricordano di Berlinguer: "Noi non siamo né ateisti, né teisti, né antiteisti"». Forse pensava così anche Craxi. «E' probabile. Non ne abbiamo mai parlato. La preoccupazione era De Mita, non Dio».

E i suoi genitori? «Loro no, erano comunisti e atei. Atei feroci. Convinti che veniamo dal nulla e torniamo al nulla. Ne ho visti molti, di laici sepolti con funerali religiosi; non loro. Loro li ho visti morire come hanno vissuto. Mia madre aveva interesse per la spiritualità ma è morta senza tante storie, all'ora dell'aperitivo, dopo una vecchiaia senza esitazioni, senza tormenti. Però con mio padre si era sposata in chiesa».

L'accoglienza dei 50 mila pellegrini, tra cui molti ragazzi di Cl, è entusiasta: applausi, pacche, strette di mano. «La tournée di queste settimane è stata trionfale. Mi hanno contestato solo a Pisa. Erano una ventina. Orecchini, odore di fumo. Molto piercing. Erano gli stessi che avevano avversato i rappresentanti di Israele. Ho avuto buon gioco a dire: "Gli ebrei no, noi cattolici neppure; di quale religione bisogna essere per parlare a Pisa?" La serata più bella è stata a Modena, con un domenicano biologo che con il suo computer proiettava le immagini degli embrioni. Aveva un saio bianco con il cappuccio, da inquisitore. Bellissimo».

E' buio, si accendono le torce, ci si mette in cammino verso Loreto. Renato Farina vorrebbe convincere Ferrara a muovere l'attacco all'aborto. «Ma non accadrà. Trovo logico proibire la diagnosi preimpianto sugli embrioni e autorizzare l'aborto; l'aborto non serve a selezionare i figli, ma a difendere la salute fisica e psichica della donna. Non si troveranno miei articoli, anche antichi, in cui sostenga cose diverse da quelle di ora. Non sono Pera, che arriva a dire le cose giuste solo dopo aver detto quelle sbagliate. Ora difende la legge 40; prima la definiva oscurantista. Vuole le radici cristiane nella Costituzione europea; prima non le voleva. Su Tangentopoli è garantista; prima era forcaiolo. Nelle guerre culturali avere Pera dalla tua parte ti indebolisce».

Casini? «Moscio». Prodi? «Un moscio adulto». Berlusconi? «No comment». E gli avversari? «I radicali si sono battuti bene, e non solo perché Capezzone mi lusinga chiamandomi Oriano. Gli artisti, le Ferilli, hanno avuto un riflesso pavloviano, il "knee jurk liberalism", il progressismo che scatta come il ginocchio toccato dal martelletto. I Veronesi e i Dellapiccola ci ingannano; non hanno avuto il coraggio di dire che vogliono l'eugenetica, la selezione della razza, la fabbrica dei figli, il sogno dei medici del Terzo Reich. Sulla scia di Michele Serra, mi sta venendo un complesso di superiorità antropologica su questa gente».

Il braciere di fronte all'altare accende la fiaccola che arriverà a Colonia per le Giornate della Gioventù con Ratzinger.

Fonte: 
Corriere della Sera