Un’attrice un tempo non proprio delle più castigate, un’infermiera africana che assiste i malati di AIDS, e un cardinale, hanno testimoniato, questa sera all’Helvia Recina, il messaggio del Pellegrinaggio e dell’evento cristiano stesso e cioè che la persona ha un solo bisogno: amare ed essere amata e che Cristo risponde a questo bisogno, perdonando l’uomo e mettendo in movimento il suo io, facendolo correre verso la meta. Nella sua omelia il Cardinale Carlo Caffarra, parlando del perdono di Gesù, “che cambia l’io alla radice”, rigenera la persona e la rende capace di amore, ha come illuminato e reso più evidente il significato dell’esperienza delle altre due testimoni di questo pellegrinaggio: Claudia Koll e Rose  Busingye.

Claudia seguirà il cammino durante la notte per le riprese del suo film tratto dal libro di Karol Wojtila “La bottega dell’orefice”.  Ieri, allo stadio dell’Helvia Recina, l’attrice era insieme ai suoi giovani attori. Fra una stretta di mano alla signora che la chiamava da oltre le transenne, e un sorriso alla videocamera di un telefonino, ricordava ai due protagonisti di non guardare la cinepresa e di ricordarsi che erano innamorati. “Perché le riprese del mio film qui al Pellegrinaggio? È un film sull’amore e sul matrimonio – ha spiegato – e il Signore ha fatto la sua dichiarazione di amore a Maria nella Casa di Loreto. I due protagonisti sono due innamorati che hanno paura di un legame che duri per sempre: il pellegrinaggio alla casa della Madonna li renderà capaci di una decisione”. Il personaggio principale del libro, Adamo, dice che abbiamo una sola vita e un solo amore e che occorre dare un senso a questa vita e a questo amore. “Tutti siamo alla ricerca di questo significato – spiega la Koll, con all’anulare sinistro una fedina d’oro con i grani del rosario – e nel cammino del Pellegrinaggio c’è una risposta per tutti”.

Rose, questa risposta l’ha trovata in Uganda, attraverso i suoi amici di Comunione e Liberazione e don Giussani. Di famiglia cattolica, Rose dopo la scuola, aveva cominciato a lavorare con i più disgraziati della sua città, Kampala: poveri, malati di AIDS, bambini senza famiglia. Era arrivata ad occuparsi di duemila pazienti  e duemilacinquecento orfani. Poi la crisi: i malati che si lamentavano, i bambini che rubavano invece di andare a scuola, gli amici che voltavano le spalle. Tutto sembrava finito, finchè “ho intravisto una luce di speranza, ho scoperto chi ero davvero  con l’aiuto di un gruppo di amici dei Memores Domini”, le persone di Comunione e Liberazione che hanno scelto la verginità e vivono in piccoli gruppi dentro le loro città, nuovi monasteri del XXI secolo. Con una nuova coscienza di sé e una libertà mai provata prima (“sembrerà paradossale, ma sono libera da quando appartengo all’amore di Gesù attraverso i miei amici”), Rose si è rimessa al lavoro e ha generato intorno a sé un’amicizia cristiana. Dove malati terminali, donne violentate, miserabili di ogni risma, insieme al cibo e alle medicine, ricevono l’amore di Dio attraverso uno sguardo che dice loro che sono più grandi della propria povertà, della malattia, della violenza che hanno subito. A Kampala, ci sono delle donne che si ritrovano al Meeting Point Kampala Association. Lavorano spaccando le pietre da vendere ai costruttori edili. È il loro modo di guadagnarsi il pane. Sono donne povere ma, come dice una di loro, “con un cuore internazionale, che non ha razza né colore e si commuove”. Per quel cuore, quando c’è stato l’uragano Kathrina, hanno mandato quello che avevano guadagnato, 2000 dollari, ai sinistrati di New Orleans. E l’anno scorso, 2000 euro hanno preso la strada dell’Aquila. “Un uomo che appartiene, che ama perché amato – ha concluso Rose – è libero da tutto e da tutti. È grande ed è capace di questo cuore internazionale”.

Dopo Rose, Ermanno Calzolaio, presidente del Comitato del Pellegrinaggio, ha ricordato la ragione dell’evento, che domani porterà a Loreto almeno 90 mila persone: l’incontro con Cristo che nella storia quotidiana ci aiuta ad essere noi stessi e ad avere coscienza che siamo unici ed irripetibili. Calzolaio ha anche ricordato i tanti martiri cristiani, facendo esplicito riferimento a  Monsignor Luigi Padovese, assassinato in Turchia.

Prima della messa, e dopo il saluto del sindaco di Macerata, Romano Carancini, il Vescovo di Macerata, Monsignor Giuliodori, aveva accolto il Cardinal Caffarra, ricordando “l’uomo di dottrina, acuto studioso e difensore del Magistero della Chiesa”, di cui lo stesso Giuliodori fu studente al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per gli studi su matrimonio e famiglia. Il Vescovo maceratese aveva anche dato lettura del messaggio del Papa fattogli pervenire dal Cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone.

Dopo la Messa, alle 22.10, dietro la croce e guidato da Monsignor Giancarlo Vecerrica, il Pellegrinaggio è partito alla volta di Loreto. Una folla variegata di ragazzi, adulti e anziani. Gente da tutta Italia, dalla Sicilia al Veneto, e da oltre confine: Svizzera, Germania, Francia, Inghilterra. Ognuno con una domanda nel cuore e con tante intenzioni di preghiera affidate dagli amici, dai genitori, dai figli. Come i trenta di San Donà di Piave, arrivati  dopo sette ore di pullman e che domani mattina, visitata la Santa Casa, riprenderanno subito la corriera per tornare a casa, dopo aver pregato per la salute, il lavoro, la pace in famiglia dei propri cari. Una vera fatica. “Per strada vi faranno male i piedi – aveva detto il Cardinal Caffarra, alla fine dell’omelia, facendo del pellegrinaggio una metafora della vita – ma ricordatevi di quello che diceva sant’Agostino: ti dolgono i piedi perché hai percorso duri sentieri ma il verbo di Dio è venuto a guarire anche gli storpi e se non riesci a vedere la via, ebbene Cristo ha illuminato anche i ciechi”.